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sabato 6 febbraio 2016

L'estate segreta di Babe Hardy di Fabio Lastrucci

L'estate segreta di Babe Hardy di Fabio Lastrucci, pubblicato da Dunwich nel 2013. Non è un libro facile da descrivere. Tanto per cominciare, nonostante la trama principale sia piuttosto lineare e veda come protagonisti Stan Laurel e Oliver Hardy (Stanlio e Ollio, proprio loro) affetti da una forma fastidiosa e invalidante di vampirismo, sono presenti un buon tot di personaggi di contorno, che arricchiscono la storia e smuovono, direttamente o indirettamente, le cose per i nostri pallidi protagonisti. A volte non è poi chiaro cosa vogliano, né cosa li muova. È chiaro che il delinquentello da strapazzo Lefty Miracle non abbia poi un piano specifico, e che tutto ciò che vuole è raccogliere un po' di soldi. Eppure riesce in un paio di occasioni a intersecare le linee narrative degli attori principali, senza neanche rendersene conto. C'è Bela Lugosi, principale sospettato del contagio, col suo accento farlocco e i suoi servitori cinesi. C'è il tenente Nunnaly, che vorrebbe arrivare in fondo alla faccenda a quella maniera tipica dei film gangster americani che fuori dalle sale appare decisamente ridicola. C'è Douglas Fairbanks con la moglie Mary Pickford, due celebri attori del muto. E c'è un dottore tedesco che segue le tracce dell'infezione vampirica.
Questo libro è tante cose. È un inno al cinema americano degli anni '30, con cammei e citazioni. Lastrucci afferma di averne disseminati almeno una trentina, e io dubito di averli riconosciuti tutti. Anzi. Ed è anche una raffigurazione meno smagliante, meno innocente e più squallida del solito della Hollywood degli anni '30.
È anche e soprattutto una storia comica, e il comico agisce secondo diversi meccanismi. Primo fra tutti il fatto che i personaggi reagiscono in maniera credibile a un fatto incredibile. Non si struggono nei loro mantelli, filosofeggiando sull'umana sorte, né sentendosi esclusi e “altri” rispetto al mondo di cui avevano fatto parte fino al contagio. Ogni volta che qualcuno – di solito Hardy – vira verso il teatrale, c'è sempre qualcuno o qualcosa pronto a riportarlo coi piedi per terra. E il contrasto tra irreale e reale si sente. Un altro strumento della comicità sono i dialoghi, che ho gradito moltissimo. I personaggi scherzano, si rimbeccano, litigano, svicolano. E poi c'è l'assurdità delle situazioni, che viene spesso portata all'estremo. Il fatto che non disturbi e che non cozzi mai contro la sospensione dell'incredulità dipende almeno in parte, secondo la mia modesta opinione, dall'ambientazione hollywoodiana, in cui per cinematografica abitudine tutto ci risulta possibile, pure l'irrazionale.
Lo stile che accompagna le vicende è preciso, non invasivo, e allo stesso tempo leggero. Si lega perfettamente al tono che l'autore vuole dare alle vicende, quello di un prospettiva un po' slapstick che non si può prendere sul serio.
Personalmente non posso affermare di sapere alcunché su che tipo di persone fosser Stan Laurel e Oliver Hardy. Qui, come personaggi, funzionano eccome. Hardy è goffo e ingenuo, Stan è il pragmatico calcolatore. Entrambi bevono, si punzecchiano, vanno a donne. È strano pensare agli Stanlio e Ollio dei film che guardavo da piccola come a persone vere, ricche e volgari, al rapporto disastrato che hanno con le rispettive famiglie. È strano, ma funziona.

Va da sé che consiglio moltissimo questo libro. Forse non ai fedeli dei vampiri vecchio stampo, ma diamine se lo consiglio.

giovedì 4 febbraio 2016

I segreti di Heap House di Edward Carey

I segreti di Heap House, scritto e illustrato da Edward Carey, tradotto – assai bene – da Sergio Claudio Perroni, edito da Bompiani, primo volume della trilogia dedicata a Heap House. Sin da quando è uscito ho preso a rimirarlo e soppesarlo ogni volta che me lo trovavo davanti in libreria, senza mai decidermi a prenderlo. Il fatto è che quando mi trovo davanti a una copertina così convincente e a una trama così interessante... beh, non mi fido. Troppo bello per essere vero, c'è sicuramente la magagna. E nonostante abbia continuato per mesi a chiamarmi e a incuriosirmi, mi sono decisa a prenderlo soltanto quando (fortuna delle fortune) l'ho trovato a metà prezzo sul sito del Libraccio.
Ed è un libro fantastico. È esattamente quello che promette. Dark nel senso più tetro e turpe, senza svenevolezze, ma pieno di sofferenza e squallore, itterizia, aria fetida, atmosfere claustrofobiche che non lasciano filtrare la minima speranza. Sono d'accordissimo con chiunque l'abbia definito Burtoniano, e aggiungo che è da riferirsi alla produzione più gotica e scura del regista. L'atmosfera mi ha ricordato  moltissimo La sposa cadavere, coi suoi ambienti scuri, i colori che variano appena dal nero al blu, i personaggi intrappolati in una trama crudele.
Arduo arrivare al dunque senza svelare troppo, perché è bello scoprire il contesto mano a mano che viene raccontato, poco a poco. Non è nemmeno del tutto chiaro, a pensarci bene, in che razza di mondo si trovi Heap House, se sia vicino al nostro o a una sua versione vagamente steampunk. Immagino che si scoprirà nelle prossime puntate. Che non vedo l'ora di agguantare.
C'è la famiglia degli Iremonger, antica, prospera, ricca. Vive a Heap House, al centro di un'immensa discarica, pericolosissima in quanto i cumuli di rifiuti si muovono, crollano, rischiano di sommergere chiunque vi si trovi in mezzo. E in questa strana famiglia ci si sposa soltanto tra cugini, e si vive tutti insieme a Heap House, che ha continuato ad allargarsi annettendo pezzi di Londra trascinati via chissà come, e imbullonati alla casa. Gli Iremonger sono orgogliosi del proprio sangue, e disprezzano il resto del mondo, che comunque non li apprezza granché. Alla nascita, a ognuno viene attribuito un oggetto natale, dal quale non si separerà mai, e che racconterà molto sul carattere di chi lo possiede.
Clod Iremonger, il protagonista, si porta dietro un tappo da vasca. Clod è strano, anche per essere un Iremonger. Sente le voci degli oggetti, li sente ripetere un nome, uno per oggetto. Il suo tappo, ad esempio, continua a ripetere “James Henry Hayward”, mentre il rubinetto del cugino e unico amico Tummis ripete “Hilary Evelyn Ward-Jackson”. La narrazione è in prima persona, e si alterna tra Clod e Lucy Pennant, una ragazzina orfana che viene presa a servizio a Heap House. Così da un lato scopriamo come vivono gli Iremonger “puri”, e dall'altro Lucy ci racconta com'è lavorare a Heap House.
E poi iniziano a succedere cose strane, strane perfino per Heap House. Oggetti che scompaiono, che si muovono. E a ben vedere non assistiamo a vere e proprie indagini su quello che succede. Né Clod né Lucy sono personaggi d'azione. Lucy, al massimo, gironzola dove e quando non dovrebbe, piuttosto che limitarsi a pulire i caminetti. È un libro in cui le cose capitano, spinte dalle circostanze, da eventi esterni, da personaggi secondari. Clod è preoccupato per il fragile cugino Tummis, per le proprie nozze obbligate con la cugina Pinalippy, per il gabbiano scomparso. Ha pausa del cugino Moorcus, si pone giusti quesiti sulle voci degli oggetti, ma si lascia perlopiù trasportare. Lucy parla con le altre domestiche, si guarda attorno stupita dall'ambiente bizzarro in cui si ritrova, parla dei cumuli di rifiuti, gironzola per Heap House fino a incontrare Clod.
Penso che sia uno dei lati del romanzo che non mi sono accorta di aver apprezzato tanto finché non ho iniziato a pensarci, proprio adesso che ne sto scrivendo. Il fatto che la trama non si dispieghi forzata dai personaggi principali, ma sia piuttosto una storia che accade prima in sottofondo per emergere in superficie e farsi imponente. Lo trovo più realistico, ecco, e adatto a un'atmosfera immobile come quella di Heap House.
Ho adorato i personaggi, tutti, anche quelli che compaiono appena. Soprattutto quelli spiacevoli. Pinalippy, ad esempio, e i vari zii di Clod. Sono tutti particolarissimi, ed è davvero interessante il legame che hanno coi propri oggetti natale, così come è affascinante il rapporto tra gli Iremonger e la discarica.
Mi piacciono moltissimo le illustrazioni che inaugurano i capitoli e raffigurano vari membri della famiglia. Continuo a pensare che sarebbe bellissimo se Tim Burton prendesse ispirazione da questo libro, ne uscirebbe qualcosa di meraviglioso. E crudele.


domenica 31 gennaio 2016

Raffles di E. W. Hornung

E dunque, non è facilissimo iniziare a parlare di questo libro. Intanto è la raccolta dei racconti che E. W. Hornung ha scritto sul finire dell'800 su Raffles, un ladro gentiluomo tra i primi nel suo genere. È un peccato inspiegabile che il personaggio e l'autore siano caduti nell'oblio, e c'è da benedire infinitamente CasaSirio per averli portati in Italia, nella traduzione di Chiara Bonsignore.
Da dove potrei cominciare a parlare di questo libro? Dicendo che l'autore era il cognato di Arthur Conan Doyle, e che quest'ultimo adorava e deprecava insieme le opere di Hornung perché “Il criminale non dovrebbe mai essere l'eroe”? Oppure dal personaggio di Raffles, genuinamente sociopatico, nel suo non curarsi della moralità delle proprie azioni, nella curiosità con cui ne osserva le conseguenze? O da Bunny, il suo fedele, per quanto talvolta riluttante, compagno d'avventure?
Mi viene spontaneo partire da Sherlock Holmes, a cui Raffles sicuramente deve moltissimo. È un po' come se Hornung avesse preso le storie di Arthur Conan Doyle per stravolgerle sotto ogni aspetto. La struttura è davvero simile, dopotutto. Raffles e Bunny vivranno insieme, Bunny sarà il fedele aiutante del ladro, nonché colui che trascriverà i racconti delle loro avventure. Ma oltre a questo, Raffles e Bunny non hanno molto a che vedere con Sherlock e il dottor Watson. Raffles è del tutto privo di morale, adora il brivido del furto, si diletta nello sport, è un affascinante manipolatore. Bunny è viziato, debole di carattere, irresponsabile e pigro, ed è evidente che non abbia nulla a che vedere con l'integerrimo Watson, checché ne abbiano fatto i film della serie Rathbone-Bruce. Entrambi vivono al di sopra delle proprie possibilità e, nonostante i loro colpi vadano spesso a buon fine, dopo poche settimane ecco che tornano a indebitarsi. Partecipano alla vita di società londinese, sono iscritti a club esclusivi, giocano d'azzardo. La storia inizia infatti quando Bunny decide di recarsi da Raffles, suo vecchio compagno di scuola e amico, nonostante si siano ultimamente persi di vista, per esporgli la sua disastrata situazione economica alla ricerca di aiuto. Solo che Raffles è ancora più spiantato di Bunny. Ed è così che Raffles decide di tirarsi dietro l'amico per svaligiare una gioielleria, tacendogli inizialmente la vera natura del proprio piano.
Dicevo poc'anzi che mi viene spontaneo paragonare Raffles a Sherlock Holmes. Ecco, mentre le storie su Holmes puntano più sulla stranezza del caso e il lettore brancola nel buio fino all'improbabile soluzione finale, qui partecipiamo con Raffles ad ogni tappa dei suoi piani, che non sono neanche particolarmente machiavellici. Sono raffinati, ma semplici e plausibili. Un'altra cosa che mi porta a preferire Raffles a Sherlock (e a me Sherlock piace un sacco) è che i personaggi hanno davvero importanza. Non sono pedine all'interno della narrazione, anche se sono pochi a poter vantare una vera e propria caratterizzazione.
E potrei parlarne ancora, ma svelerei troppo, visto che si tratta di una raccolta di racconti e non di un romanzo. Lo consiglio visceralmente, soprattutto a chi ama Sherlock Holmes. Spero vivamente che prima o poi a qualcuno venga in mente di tirarne fuori una serie tv.

sabato 30 gennaio 2016

Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli

Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli, edito ad Dunwich Edizioni nel 2013, libro che mi viene spontaneo etichettare come un'estrema figata. E volendo potrei anche chiuderla qui.
Immagino abbiate presente quanto e più di me cosa si intenda per “steampunk”. In un'ambientazione storica, solitamente vittoriana, si immagina uno sviluppo tecnologico assurdamente evoluto e a mio dire coreografico, e ci si destreggia nell'immaginare in che modo scienza e storia interagiscono in dato contesto. Arti meccanici e cappelli a cilindro, diciamo.
Ecco, questo è un libro steampunk, genere di cui sono colpevolmente ignorante. Ma passiamo alla trama.
Siamo nel 1890 e c'è Victor von Frankenstein che, col suo fidato assistente Jack, uno schizofrenico che si trasforma in serial killer quando indossa una maschera da pipistrello, depreda antichi cadaveri per riportarne in vita i proprietari. E riporta in vita Da Vinci, così come ha riportato in vita Cleopatra, per farne i suoi collaboratori per un piano più ampio. E già qui potrei aver detto abbastanza.
Ma no, c'è Eudora, espertissima cacciatrice di Sua Maestà, che ha un conto in sospeso con Frankenstein e che è incaricata di catturarlo.
E poi c'è Kentigern, rampollo di un ramo cadetto della famiglia Gordon, nobiltà scozzese, che vorrebbe studiare archeologia e dimostrare che i micenei erano vichinghi, e invece l'ostinato padre obbliga a studiare ingegneria per poter ridare lustro al nome della famiglia, poiché l'archeologia è una scienza nuova e ancora poco rispettata, mentre l'ingegneria è una materia “vera”.
E c'è una spedizione archeologica capitanata da Sir Loftus, e in qualche modo, per ovvi motivi che non sto a spiegare, la storia si ripiegherà lì, con tutti i suoi personaggi. E tralasciando le trovate scientifico-meccaniche, che ce ne sono certe di veramente ganze, e tralasciando l'ambientazione vittoriano-steampunk che rende davvero bene, i personaggi sono la parte migliore del libro. Un po' perché hanno tutti un loro senso, sono ben caratterizzati, sono coerenti con se stessi. Da Frankenstein a Eudora, da Jack a Kentigern. Perfino da Leonardo a Cleopatra. Ma non è “solo” questo, è che alcuni di loro sono personaggi con cui è fantastico intrattenersi letterariamente, perché sono estremamente interessanti e non vedi l'ora di vederli fare qualsiasi cosa, riuscirebbero a entusiasmarti anche quando vanno, chessò, a prendersi un gelato, o a comprarsi un cappello. Sono ganzi, e non semplicemente per fare simpatia o in modo strumentale alla trama. Sono ganzi e basta. Sto togliendo spazio alla storia, me ne rendo conto, ma giuro che è una storia davvero ben congegnata, che si prende sul serio. E ci sono degli interrogativi gestiti alla perfezione, con un paio di piste sbagliate che si prendono alla leggera, e poi PEM.

Non posso fare a meno di consigliarlo violentemente. Di brutto.

Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi

È un po' che fisso la copertina chiedendomi in che modo iniziare a parlare della storia che contiene. Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, edito della Zona 42, la loro prima pubblicazione italiana.
Racconta una storia che non è facile descrivere, e non soltanto per la complessità che si svela verso la fine, ma per l'atmosfera. La cosa più bella di questo libro è l'atmosfera, e non credo che riuscirò a renderle giustizia. Incerta, nebbiosa, onirica. Un'atmosfera un po' Eternal sunshine of a spotless mind (mi rifiuto di usare il titolo italiano) e un po' Inception, perché ogni volta che si parla di sogni non sai mai davvero dove ti trovi, cosa stai leggendo.
Ma veniamo alla trama.
Tutto ha inizio nel 2016 col risveglio di Dorian, il protagonista che è rimasto addormentato per dodici anni, al centro di un particolarissimo programma spaziale volto alla raccolta di dati sull'universo. A capitoli alterni, ci viene raccontato di quando Dorian è stato scelto, delle sue speranze di partire fisicamente per lo spazio nel 2003, della sua ragazza Simona, della reazione dei suoi familiari quando ha ricevuto la lettera dall'organizzazione del progetto, e poi di quello che accade nel presente del libro, il 2016. Dorian che torna alla vita di tutti i giorni, che si guarda intorno in un'Italia che gli sembra sempre uguale, che si addormenta e non si trova.
Il libro è diviso in tre parti, così come il titolo. C'è la prima parte dedicata a Dorian, la seconda parte che indaga le tesi scientifiche che supportano il progetto e che, sarò sincera, sono di una plausibilità disarmante. Viene perfino da crederci, nel corso della lettura, salvo poi ricordare che stai leggendo un romanzo di fantascienza. Dicevo, la seconda parte esplica le tesi scientifiche, ma non in modo pedante e artificioso. Voglio dire, la funzione della seconda parte è quella, ma il metodo è reso interessante dall'interazione di un paio di personaggi.
Mi rendo conto che sto svelando troppo, quindi mi fermo. Non parlerò del legame che intercorre tra le varie parti del libro, di Dorian e del programma, o dei personaggi centrali in Trovami, della particolarissima sensazione che si prova in Sognami.
Lo consiglio? Cristo, sì. Estremamente. Di brutto, di cattiveria. Il modo in cui la teoria scientifica si cuce a una trama che se non è solida è soltanto per scelta, ma supporta elasticamente tutto ciò che avviene. Lo stile che dosa con una precisione chirurgica la descrizione. E ribadisco, l'atmosfera che ti lascia a ondeggiare sulla narrazione.

Mi è piaciuto un sacco. Punto. 

Le stanze buie di Francesca Diotallevi

Le stanze buie di Francesca Diotallevi, edito da Mursia nel 2013.
La storia inizia con il protagonista, Vittorio, che nel 1904, si reca a una vendita all'asta dei beni di una famiglia per la quale ha lavorato quando era ancora un giovane e promettente maggiordomo. Ora, anziano e un po' claudicante, si ritrova a comprare per una cifra esorbitante un carillon e a straziarsi di ricordi fin dal tragitto in macchina che lo riporterà nella casa in cui presa servizio.
Da qui in poi sarà soprattutto una retrospettiva, sempre in prima persona, delle vicende che l'hanno portato in quella casa, quella del conte Amedeo Flores, dalla moglie Lucilla e dall'adorabile figlioletta Nora. Vittorio è stato richiamato come maggiordomo in quella casa per tenere fede al testamento dello zio, che pur non avendolo mai incontrato prima, lo ha sempre mantenuto agli studi, aiutando la madre, sua sorella, mandandole dei soldi ogni mese.
La casa del conte Flores è silenziosa, lugubre, spenta. I servitori sono pochi e malamente amministrati. Vittorio è un perfezionista, un orgogliosissimo pignolo che cerca sin dall'inizio di mettere in riga tutti gli altri, un altezzoso maggiordomo fedele ai suoi saldi principi. Un tipo freddo, scostante, razionale. Però quella casa gli impedisce di essere razionale fino in fondo. Ci sono strani rumori di notte, il campanello di una stanza vuota che suona la notte, nonostante sia disabitata da anni e sempre chiusa a chiave. Apparizioni e scricchiolii, misteri, domande...
Uno degli aspetti più affascinanti di questo libro è l'atmosfera. Quel profumo grigio e nebbioso, quell'aria piacevole e inquietante da romanzo gotico inglese... è straordinario il modo in cui l'autrice è riuscita a riprodurla. E poi i personaggi, la loro fedeltà a se stessi e alla propria caratterizzazione. I piccoli gesti che si ripetono, che li descrivono senza ridondanza...
Un romanzo che non sembra figlio di questo tempo, che ha in sé il ritmo e la voce di un classico. Intenso, pregno, eppure così ben dosato.
Di quelli che si consigliano da soli.